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In ricordo di Elena Brambilla

Elena Brambilla

Ricordo di Elena Brambilla.

Prendo la parola per primo senza altri meriti che quello di essere probabilmente il più anziano tra i suoi amici ed ex-colleghi qui presenti, ma confido che altri parlino dopo di me in maniera più efficace, e chiedo scusa fin d’ora se in qualche passaggio non mi riuscirà di tenere a bada la commozione. Le lacrime facili sono un’altra forma di incontinenza di noi vecchi. Devo in partenza comunicare che parecchie persone avrebbero voluto essere qui con noi ma non hanno potuto intervenire. A me e ad altri sono giunti messaggi in questo senso da Patrizia Delpiano, Maria Pia Donato, Alessandra Ferraresi, Adriana Guarnieri, Giovanni Muto, Susanna Peyronel, Anna Maria Rao, Maria Antonietta Visceglia, e sicuramente molti altri condividono il loro rimpianto.

Ho conosciuto Elena Brambilla nel corso del primo seminario di Storia moderna tenuto da Marino Berengo nell’Università di Milano, rimasto memorabile perché vi partecipavano diverse persone che hanno poi lasciato traccia di sé negli studi, come Silvia Cuccia, Teresa Isenburg, Susanna Peyronel. A quella iniziazione fecero seguito per molti di noi, e anche per Elena,  diverse forme di collaborazione con lo storico veneziano, in qualità di assistenti volontari, borsisti, assegnisti, docenti incaricati. Il rapporto con Berengo contribuì da un lato a inculcarle il culto per le fonti primarie, bibliotecarie o archivistiche, e ad accentuare il rigore filologico che era in lei anche un lascito materno (ma cade opportuno qui ricordare che anche Elena, come il suo maestro, svolse per alcuni anni il mestiere di archivista); ma dall’altro lato, innestandosi su preesistenti affinità di carattere, quel rapporto secondo me valse anche a rafforzare talune caratteristiche del suo modo di lavorare e di scrivere: la nettezza nelle definizioni e nell’esprimere le sue opinioni, il rifiuto dei compromessi e della diplomazia, l’impegno civile, e lo sguardo storiogriafico lungo, dal Medio Evo all’età contemporanea, che appartiene oggi a pochi studiosi. Roberto Bizzocchi, un ben noto storico pisano che ha scritto una bella presentazione di uno dei volumi di Elena, Sociabilità e relazioni femminili nell’Europa moderna) ha opportunamente sottolineato due importanti caratteristiche del suo modo di fare storia. La prima è da lui definita “la sua concretezza non specialistica”: “Tutte le ricerche di Elena, chiarisce Bizzocchi, partono e poi si sviluppano sempre intorno a dati precisi, temi ben definiti, interrogativi circostanziati; ma ciò sempre mostrando negli oggetti di studio particolari  la portata e la complessità delle problematiche più generali e decisive”. La seconda è la “indomita passione” (cito ancora Bizzocchi) che anima le sue analisi e sembra sfidare il mito della neutralità dello storico: “ di fronte a qualcuna delle infinite manifestazioni della stupidità del mondo e della prepotenza degli uomini”, scrive Bizzocchi, Elena “prende posizione, anzi prende parte”, e questo coinvolgimento emotivo, se talvolta porta a qualche unilateralità di giudizio, molto spesso la aiuta a capire di più e meglio. 

Non è questa la sede per ripercorrere la varietà di temi e di impostazioni che caratterizzano un’attività di studiosa protratta per mezzo secolo, dalle giovanili indagini sulle riforme scolastiche e universitarie nella Lombardia teresiana e giuseppina alle pioneristiche ricerche sull’alfabetizzazione o sui collegi professionali in antico regime, dalla storia delle istituzioni ecclesiastiche e in particolare della “giustizia intollerante” amministrata dai tribunali inquisitoriali ed episcopali ai corposi contributi sulla storia della sociabilità e sulla storia di genere, per la quale Elena Brambilla si fece promotrice della costituzione di un centro di studi specialistici nell’Università di Milano. Ci saranno momenti opportuni e ci saranno occasioni per una doverosa ricognizione dei risultati di questo impegno ininterrotto fino a pochi anni fa, fino all’esito nefasto di un intervento chirurgico che l’ha a lungo immobilizzata e costretta a una lunga e faticosa riabilitazione degli altri inferiori. E non bisognerà trascurare, nella contabilità dei debiti che la comunità degli storici ha accumulato nei suoi confronti, la sua dedizione al mestiere di docente universitaria, a prezzo di fatiche e di sofferenze accentuate in alcuni periodi dalle precarie condizioni di salute. Negli studenti Elena incuteva a volte sentimenti di soggezione e timore con la sua severità (una severità sempre rivolta innanzi tutto verso se stessa), ma in particolar modo nei confronti di laureandi e dottorandi era larga di comprensione e di aiuti, tanto da costruire con non pochi di loro rapporti di fiducia e di amicizia che duravano al di là del conseguimento del titolo o del diploma.

Ma vorrei abbandonare, avviandomi alla conclusione di questo mio estemporaneo intervento, il mondo degli studi e dell’accademia per rievocare gli aspetti umani di una personalità senza dubbio eccezionale per livello intellettuale e per rigore morale. Al di là degli scarti di umore e delle occasionali impuntature, molti finivano col riconoscere in lei un’innata generosità, una disponiblità e un bisogno di affetto che erano espressione di un’acuta quanto fragile sensibilità. Lontano dalle polemiche e dalle beghe universitarie la sua apparente durezza si rilassava e venivano in primo piano le sue doti di socievolezza e gentilezza; lo abbiamo verificato, io e mia moglie, nel corso di vari periodi di vacanza trascorsi insieme, sulle spiagge della Grecia o della Sardegna.

La spigolosità che le veniva talvolta attribuita era la spia delle cicatrici lasciate da una vita che ha avuto molto più della dose normale di frustrazioni e di dolori. Chi la frequentava sa che nell’ultimo periodo era nata in Elena una passione dominante per la poesia e la musica di Bob Dylan, che si può in parte spiegare con la sua capacità di riflettere la tristezza e la desolazione che è nelle cose della vita. Non per caso la canzone preferita di Elena era Not Dark Yet, dove troviamo versi come “Ho ancora cicatrici che il sole non ha guarito”, “Dietro ogni cosa bella c’è stata una sofferenza” e “II mio fardello pesa a volte più di quanto io possa sopportare”. Ed è fin troppo facile vedere un presagio nel ritornello che conclude ognuna delle quattro strofe: It’s not dark yet, but it’s getting there: “non è ancora buio, ma ci stiamo arrivando”. Ascoltare tutti insieme questa canzone è sicuramente un modo appropriato di rendere omaggio alla nostra amica scomparsa.

Carlo Capra

 

 

 

12 febbraio 2018
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